APPROFONDIMENTI

Dobbiamo avere pietà di noi

Ilvo Diamanti, La Repubblica  20 aprile 2015

Oltre novecento persone morte in un barcone, in viaggio dalla Libia verso la Sicilia. Sparite in fondo al mare. Insieme ad altre migliaia, vittime di molti altri naufragi. Accomunate e travolte dalla stessa disperazione. Che spinge ad affrontare il mare "nemico" per sfuggire alla fame, alla miseria, alla violenza.


Oggi: alla guerra. Più che di "migrazione", si tratta di "fuga". Anche se noi percepiamo la "misura" della tragedia solo quando i numeri sono "smisurati". Salvo assuefarci anche ad essi. Ed è questo, come ho già scritto, che mi fa più paura. L'abitudine. La distanza da una tragedia che, invece, è a due passi da noi. La tentazione di "piegarla" e di "spiegarla" in chiave politica. Per guadagnare voti. Eppure le migrazioni sono un fenomeno ricorrente. Tanto più e soprattutto in fasi di cambiamento e di trasformazione violenta (in ogni senso), come questa. Allora, le popolazioni si "mobilitano", alla ricerca di nuove e diverse condizioni di vita.
È capitato a noi italiani, lo sappiamo bene. In passato, ma anche oggi. Soprattutto ai più giovani. D'altronde, due italiani su tre pensano che i loro figli, per fare carriera, se ne debbano andare all'estero (Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos e Osservatorio di Pavia per Fondazione Unipolis). Come, puntualmente, avviene. Infatti, l'Italia è al quinto posto in Europa, come Paese di immigrazione. Dopo Gran Bretagna, Germania, Spagna e Francia. Ma  -  il fenomeno è meno noto  -  è al quarto posto come Paese di "emigrazione". Gli stranieri che vivono  -  e lavorano  -  in un Paese dell'Ue sono infatti soprattutto turchi, marocchini, rumeni e, appunto, italiani. In Germania, Svizzera e Francia, dunque, noi siamo come i marocchini e i turchi. Proprio per questo, peraltro, le paure sono, al proposito, comprensibili. La xenofobia, letteralmente: paura dello straniero, riflette l'impatto con un fenomeno nuovo. Che si è sviluppato in modo rapido e violento.

Secondo il Centro Studi e Ricerche Idos, gli stranieri in posizione regolare, alla fine del 2013, erano circa 5 milioni e 440 mila. Cioè, l'8% della popolazione. Con un aumento rispetto all'anno precedente di circa il 4%. In confronto al 2004, quando gli immigrati erano meno di 2 milioni, significa un aumento di quasi tre volte. E di 4, rispetto al 2001. Il nostro paesaggio sociale e demografico, dunque, è cambiato profondamente e molto in fretta. Difficile che questo avvenga senza fratture, senza reazioni. Tuttavia, nonostante tutto, la società italiana si è adattata. Per necessità, ovviamente, visto che gli occupati stranieri sono 2,4 milioni, oltre il 10% del totale, mentre nel 2001 erano solo il 3,2%. Ma anche perché ha cominciato ad abituarsi alle diversità, alle differenze etniche e culturali. Come altrove si sono abituati a noi, in passato.
Anche se la recente Indagine dell'Osservatorio sulla sicurezza in Europa (febbraio 2015), condotta da Demos (insieme all'Osservatorio di Pavia e alla Fondazione Unipolis), rileva un deterioramento degli atteggiamenti verso i migranti, in Italia. Più di un italiano su tre percepisce, infatti, gli immigrati come un "pericolo per l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone" (33%). Tuttavia, occorre rammentare che, fra il 2007 e il 2009, questo indice aveva proporzioni ben diverse: fra il 45 e il 50%. Da allora l'immigrazione non ha smesso di crescere. Ma è cambiato l'approccio. Da parte della società, anzitutto. Perché, come si è detto, ci siamo abituati agli "altri intorno a noi". E abbiamo cominciato, per questo, a percepirli come "altri noi". Così, la diffidenza ha cominciato a declinare.

Per altro verso, è cambiata la narrazione del fenomeno da parte dei media. Come ha sottolineato l'Osservatorio di Pavia, negli ultimi anni le notizie sull'immigrazione, sui notiziari di prima serata delle principali reti nazionali, continuano ad essere numerose: 1007 notizie nel 2013 e 901 nel 2014. Ma, soprattutto dopo la visita di papa Francesco a Lampedusa, nel 2013, i sopravvissuti al mare diventano "migranti" e non più "clandestini". E le ordinarie storie di intolleranza, raccontate in precedenza, lasciano il passo a storie di solidarietà, altrettanto ordinarie. Dai luoghi dei naufragi. Lo stesso avverrà, sicuramente, anche questa volta. Vale la pena di aggiungere, ancora, che l'immigrazione è vissuta come un problema anche altrove. In Europa.

L'immigrazione è, infatti, considerata una delle due principali emergenze dal 13% degli italiani (Pragma per l'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza in Europa), ma da quasi il 50% in Gran Bretagna e in Germania. D'altronde, da noi l'immigrazione è sempre più di "passaggio". Verso altri Paesi che offrono prospettive di lavoro migliori. Perché l'immigrazione, non dobbiamo dimenticarlo, può essere fonte di preoccupazione, ma è, comunque, un indice di sviluppo. Quando gli immigrati cominciano ad andarsene, come effettivamente avviene da qualche tempo, è perché il nostro mercato del lavoro non è più in grado di attrarli e di assorbirli. Tuttavia, ieri come oggi, in Italia come altrove, gli immigrati possono essere una risorsa politica. Soprattutto in tempo di campagna elettorale. Un argomento agitato da imprenditori politici della paura, per tradurre l'insicurezza  -  e le vittime degli scafisti  -  in voti. Il Front National, in Francia. Ukip di Farage, in Gran Bretagna. La Lega di Salvini, in Italia. Così diversi eppure così vicini. Nel segno dell'Anti-europeismo e della paura degli altri. Ma invocare blocchi navali e respingimenti, di fronte a tragedie immense, come quella avvenuta ieri nel mare di Sicilia, non è in-umano. È semplicemente ir-reale. Come se fosse possibile  -  oltre che giusto  -  fermare la fuga dalla guerra e dal terrore che ci assediano. A pochi chilometri da noi. Ma l'unico modo per fermare i disperati che, a migliaia, si dirigono verso le nostre coste  -  e, a migliaia, muoiono nel viaggio. Ostaggi di mercanti di morte. L'unico modo possibile per respingerli, per tenerli lontani da noi: è chiudere gli occhi. Fingere che non esistano. Rinunciare alla compassione verso gli altri. Non avere pietà di noi stessi.