In memoria di Bruno Volpi

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Bruno Volpi a Berzano nel lontano 2003 in occasione di un progetto di SVEP dedicato alle "Comunità invisibili". Ve la proponiamo per onorarne la memoria.

 “La casa costruisce la relazione”

Ci piace cominciare con queste parole, per raccontare di una splendida mattina di sole, di una casa patrizia che domina le colline vicino a Tortona, della cappellina con il dipinto di una Maddalena tanto brutta da non poter indurre in tentazione, di un bimbo biondo tanto bello da aver voglia di tormentarlo di baci e poi di grandi cucine che affacciano sulla corte e hanno porte aperte per chi desidera entrare. Alle 11 sulla terrazza calda di luce vengono offerti il caffè, il tè, una torta, la macedonia. Arrivano tutti; chi lavora sul tetto, chi è impegnato nell’orto, le donne che stanno facendo le pulizie e quelle col bimbo piccino in braccio.

 La casa costruisce la relazione, per l’appunto

E queste case hanno una caratteristica in comune; la cucina e la zona giorno sono tutte al piano terra. Perché devono essere aperte per accogliere chi desidera entrare per bere un caffè, per scambiare una parola. Un po’ come una volta. Le stanze per dormire sono al piano superiore – per i momenti di riposo e di tranquillità – come ci spiega Bruno Volpi, geometra responsabile dei lavori di ristrutturazione.

Noi siamo seduti al grande tavolo nella cucina della casa in cui vive con la moglie Enrica e con due ospiti adulti. Non so se ospite sia il termine giusto; sono due persone che vivono con loro in un clima del tutto familiare. Uno aveva un bar a Villapizzone, ha deciso di venderlo e di seguire i coniugi Volpi nella comunità di Berzano; si occupa dell’orto, delle galline, dei conigli ed è felice.

– Questo posto è il punto di arrivo, da qui non mi muovo più – dice Bruno. Chissà, forse sarà anche così. Sicuramente la sua vita ha conosciuto molte tappe, sempre condivise dalla moglie Enrica che ora è impegnata ai fornelli con carne e verdure. Dal lago di Como alla Francia per cercare un’organizzazione con cui poter andare in Africa, poi il Ruanda e dopo 8 anni il ritorno in Italia con quattro bimbi propri e una figlia adottiva.

-          Un operaio del cantiere è arrivato una mattina con un fagottino; la moglie lo aveva lasciato con la bimba appena nata. Cos’altro potevamo fare? Nella nostra vita abbiamo fatto fatica a seguire tutto quello che ci capitava…Tornati a Milano ci siamo sentiti persi, eravamo contaminati dall’esperienza africana, dalla vita del villaggio in cui tutti gli adulti si sentono responsabili della cura e dell’educazione dei piccoli. Lì c’è un proverbio che dice “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”  ed è una cosa molto bella. –

Tornati a Milano i coniugi Volpi vivono per qualche anno in una casa occupata, una situazione da “figli dei fiori”, poi arriva l’opportunità di Villapizzone: la costruzione antica molto ampia ceduta dal proprietario al Comune col vincolo della destinazione a verde pubblico e a una finalità sociale.

 La casa necessità di organizzarsi

Prosegue Bruno Volpi – Vivevamo in una sorta di comunità piuttosto libera e destrutturata ma abbiamo dovuto cambiare marcia quando è arrivata un’assistente sociale con una bimba da curare; allora è diventato importante darsi un’organizzazione, tenere rapporti con l’Istituzione. A quel punto parecchi adulti che erano con noi se ne sono andati, vivevano ancora col mito dell’opposizione a tutti i costi ma io pensavo “sono un geometra non posso distruggere, devo costruire” e poi, quando arrivava l’assistente sociale con qualche situazione difficile,  dicevano “noi non dobbiamo risolvere i problemi del Comune”  ma intanto c’era qualcuno che aveva fame e cosa dovevamo fare? –

Il tema dell’organizzazione ricorre più volte nelle parole di Bruno Volpi e ci rendiamo conto di come sia stato oggetto di riflessione all’interno del gruppo.

“La sfida – ci dice - è mantenere lo spontaneismo, facendo anche un po’ di organizzazione. –

La risorsa e la ricchezza intorno a cui ruotano Villapizzone, Berzano e le altre comunità che si sono generate da quella prima esperienza di Enrica e Bruno, è la famiglia, intesa come luogo privilegiato di relazione. Ogni famiglia ha la propria abitazione e una certa autonomia – perché – dice Bruno – la famiglia non può essere costretta in regole troppo rigide. –

 Un metodo, non un “pacchetto” di proposte

Alle persone che si presentano da lui e chiedono di potersi unire al gruppo dice: - Non vi offro un “pacchetto” di opzioni ma piuttosto un metodo, un modo di vivere. Vi dò la possibilità di provare a stare con noi qualche mese e poi ne parliamo, vediamo se è un’esperienza che va bene per voi. –

C’è qualcosa di rasserenante nel parlare di Bruno, un qualcosa che dà benessere a chi lo ascolta. Ci pensiamo venendo via e poi anche nei giorni dopo. Sarà probabilmente per ciascuno qualcosa di diverso; per noi, ora ci è chiaro, è quel profondo, autentico rispetto per gli altri. La sua scelta di vita, peraltro molto particolare e coraggiosa, non pare appesantita da nessuna forma di chiusura. Quello che ci ha detto all’inizio della mattinata: - Io applico il concetto tanto in voga della “bio-diversità” anche alle persone – è proprio vero, è lo specchio reale di ciò che si respira parlando, camminando e guardandosi intorno nella grande casa di Berzano.

-          Questa nostra non è una comunità, ma piuttosto un “condominio solidale”; accanto a noi che abbiamo scelto di vivere condividendo totalmente le nostre risorse economiche e tanti lavori indispensabili per la vita quotidiana, ci sono carissimi amici volontari che ci sostengono dall’esterno, tenendo i rapporti con le banche, le istituzioni, garantendo per noi. –

Tra i buoni amici, Bruno ricorda il cardinale Martini che li incoraggiava e li incontrava spesso quando era Vescovo di Milano e i gesuiti che hanno condiviso l’inizio della storia a Villapizzone. - Cercavano una casa e noi abbiamo offerto di abitare nella stessa struttura ma in un appartamento autonomo sopra il nostro. Spesso scendevano per cena ma ognuno aveva comunque i propri spazi. 

 La cassa comune

La gestione economica del “condominio” è abbastanza singolare: ciascuno versa il proprio stipendio nella cassa comune e, a fine mese, il presidente firma un assegno in bianco per ogni famiglia che ritirerà quanto serve. Il presidente è, a turno, un componente della comunità che è tenuto alla massima riservatezza circa le cifre ritirate.

-          In più di 30 anni, che io sappia, - precisa Bruno – non ci sono mai stati problemi rispetto alla gestione delle risorse. Comunque se mai c’è stata qualche difficoltà, il presidente di turno l’ha risolta senza che nessuno sapesse niente. –

Gli chiediamo se gli è mai successo di dover allontanare qualche famiglia, ci risponde che sì, in due o tre casi si è verificato che lui dicesse che forse quella vita non era adatta a quel nucleo e invitasse a fare una riflessione sulla scelta fatta: - ma non abbiamo mai mandato via nessuno; anche in questi casi, sono stati gli anni a dar ragione di questo dubbio. Quelle persone si sono allontanate da sole e in tempi lunghi. .-

 Mentre noi parliamo e facciamo domande Enrica continua il suo lavoro ai fornelli e il profumo si fa sempre più attraente. Noi visitiamo la cantina a volte, la sala comune, le camere per gli ospiti, la casetta in fase di ristrutturazione – bellissima -, ammiriamo la veduta sulla valle dalla cucina di una delle abitazioni della corte e ci facciamo riscaldare dal sole.

Grande sensazione di pace; l’intelligenza, la saggezza e il buon gusto del nostro cicerone ci conquistano.

Purtroppo non possiamo fermarci per il pranzo, ripartiamo mentre si affolla il grande tavolo nella cucina di Enrica.

Intervista raccolta da Brunello Buonocore e  Carla Chiappini per il progetto di Svep sulle “Comunità invisibili”