RIFLESSIONI IN EVIDENZA

La parola “volontario” mi è sempre piaciuta poco. Mi ricorda le interrogazioni scolastiche, dove mi proponevo come agnello sacrificale per soddisfare la sete di vittime sacrificali di arcigni professori. C’erano anche, nei film di guerra i “volontari” nelle imprese più rischiose, gente dura e un po’ tronfia di eroismo. Più tardi ho avvicinato volontari “normali”, gente affetta da altruismo un po’ buonista, mite ed operosa, le cosiddette persone “di buona volontà”, quelli cantati dagli angeli a Betlemme nella notte santa. Si dice spesso: “è una brava persona, ha famiglia, lavora e fa persino il volontario”; ammirevole, per carità di Dio, ma mi sembrava una soluzione di vita poco interessante. Poi è accaduto il resto: prima l’impegno lavorativo e infine il vuoto deprimente della pensione, perché, arrivati alla età fatale di tirarsi indietro, non c’è più nulla da imparare e i giorni si succedono con una monotonia mortale.

A margine del ragionamento una breve considerazione sul tema “pensione presto o tardi”. La vita, quella goduta in pienezza, si nutre di interessi che, in qualche fortunata circostanza, coincidono con il lavoro, in altri casi purtroppo si contrappongono. La stanchezza arriva quando il lavoro è o diventa odioso, perché  difficile a causa dei limiti imposti dal fisico, oppure perché ormai non nutre più e diventa noioso. Dal momento è prerogativa unica del genere umano quella di soffrire la noia, la questione non sta tanto nel “pensionamento prima o dopo”, ma nell’appagamento che ogni essere umano cerca nella propria vita. In ragione di questo ci sono persone che svolgono la propria amata attività fino a tardissima età (nei nostri nonni era abbastanza frequente) ed altre che già in età giovanile trovano la propria occupazione insopportabile. Chi scrive ha amato il proprio lavoro fino a soffrire come non mai quando l’ha abbandonato; la decisione tuttavia, per me come per altri, era suggerita dal fatto che il mestiere non riservava più novità, insomma, non “nutriva” più e le prospettive di trasformazione erano nulle.

Questo per dire che l’odiata “legge Fornero” ha il grosso difetto d’essere una mannaia che cade su tutti; diversamente, una disposizione più umana ed egualmente parsimoniosa sarebbe quella di adeguare il lavoro, a esigenze, capacità e  gradimento connesso con l’età.

Accade pertanto che , varcata la soglia di una certa età, molte persone si dedichino ad occupazioni non retribuite, che hanno a che fare con il mondo genericamente definito “del sociale”. Per carità, la faccenda non riguarda solo gli anziani, questi sono tuttavia numerosi e sparsi nei più diversi campi di umane attività. A riguardo, il pensionato che trascorre le giornate a vigilare i cantieri stradali, è figura patetica: c’è in quella sua curiosità quasi un’invidia per quel mondo dal quale è escluso.

Si afferma quindi il fenomeno del volontariato della terza età, anche come prosecuzione di quello praticato già in precedenza. Per la fascia d’età alla quale pure io appartengo si tratta di una soluzione umanamente importante perché ricca di nuovi frutti, come il fatto che le giornate rechino nuove cose da imparare, o rapporti umani spesso assai più profondi di quelli praticati nella seconda età. L’impegno evita la  “rottamazione”, aborrita da chi avverte che gli anni da spendere sono assai meno di quelli vissuti.

Essere volontari fa bene specialmente nell’ultima età. E’ tuttavia occupazione complessa e impegnativa: ha regole precise e richiede costanza, impegno, preparazione e umiltà. Produce frutti più preziosi  se il tempo dedicato agli altri è “di qualità”. In cucina si può anche preparare una buona cena con gli avanzi, ma se alla tavola siedono invitati, gli ingredienti devono essere di freschi. Agli aspiranti volontari suggerisco di prendere la cosa sul serio e di regalare a questo lavoro, per il quale non vi è corresponsione di denaro, il meglio di noi stessi. Il volontariato è come la carità cristiana; non si offrono gli scarti a chi si vuol fare un regalo, ma il migliore oggetto, quello più bello e più utile, che ci piacerebbe ricevere ; abiti e scarpe usate si danno via, ma non come regali.

C’è infine da considerare quanto l’incidenza del lavoro volontario sia importante per l’economia. Da ex amministratore, mi sono dedicato a fare un bilancio della piccolissima struttura nella quale opero insieme ad altri. Bene, nel 2016, a fronte di 5 volontari dei quali uno a pieno tempo, monetizzando il tempo impiegato attribuendogli un valore orario al minimo rispetto alle competenze, sommando ad esso i costi di produzione (affitto locali, utenze, ecc.), la nostra piccolissima azienda ha “fatturato” oltre 80 mila Euro. Del bilancio sono stati resi edotti i soci e il nostro “consiglio di amministrazione” ha varato un piano di sviluppo che dovrebbe dare nell’esercizio prossimo un incremento degli utili del 300%. L’azienda vola. Mi domando quale possa essere il valore sul mercato di organizzazioni enormi come Caritas, Auser, e tante altre, senza considerare i mille e mille lavoratori (ossia volontari) in proprio. Insomma, a fronte della crisi le nostre “aziende” contribuiscono all’economia nazionale in modo preponderante.

Mi piacerebbe che un Ente locale e che eroga per il terzo settore al quale facciamo riferimento la somma di poco meno di 15.000 Euro, si rendessero almeno conto della colossale sproporzione tra ciò che offre e ciò che riceve in cambio, tenendo conto che, se non vi fosse volontariato, i beni erogati da quest’ultimo sarebbero totalmente a carico del pubblico.  La situazione territoriale è solo un esempio di quanto accade su scala nazionale. Lunga vita ai giovani volontari e … anche ai non più giovani.

Bernardo Carli